Pyongyang

Qualcuno fa paragoni con Persepolis, a me è subito venuto in mente Joe Sacco… in ogni caso il reportage a fumetti di Guy Delisle sulla capitale della Corea del Nord che mi ha prestato il mio amico Lele, è una lettura eccezionale:

Delisle, fumettista canadese “globalizzato” suo malgrado (o così ci racconta…) segue la produzione di cartoni animati tratti da fumetti, nei laboratori low-cost coreani, dove squadre di disegnatori passano giornate davanti a Photoshop a creare tutti i fotogrammi intermedi delle animazioni (tra cui anche quelle di Corto Maltese, che Delisle definisce monumento della nona arte…) – così poi in Occidente “i bambini si risparmieranno lo sforzo di leggere i fumetti e la maggior parte di loro crederà che siano nati per la tv, come è successo a Tintin” – come spiega lui stesso in una vignetta. Il disegno in bianco e nero – anzi meglio in grigio e nero, trasmette perfettamente il buio, il grigiore e lo squallore che Delisle racconta: un soggiorno di lavoro guardato a vista da interpreti e guide, trasformato (nella più pura tradizione di tutti i regimi) in un’occasione di propaganda, con una full-immersion tanto profonda nel regime orwelliano di Kim Il Sung e di suo figlio Kim Sung Jil, da essere alla fine anche comica nella sua tragicità.

Non c’è molto da raccontare, se non il delirio quotidiano di divieti e obblighi e la propaganda onnipresente nelle giornate di Delisle a Pyongyang – e il tentativo di sopravvivere ritagliandosi spazi di libertà a livello base: una passeggiata a piedi da soli, un giro alla stazione, aeroplanini di carta dalla finestra dell’hotel fino alle strade ossessivamente pulite (e vuote) della città – e le feste privatissime nel ghetto dorato del quartiere delle ONG occidentali, dove cercare di ricordarsi che i rapporti umani sono tutt’altro. Ma è proprio nel raccontare il valore che riacquistano le piccole cose, dentro a una situazione così incredibile, che questo fumetto colpisce nel segno.

Clamorose ad esempio le parti in cui Delisle si ritrae mentre, insieme ad un collega francese, prende in giro il loro interprete (ex-ufficiale dell’esercito coreano) riadattando sul suo nome la sigla di capitan Harlock – o mentre cerca di spiegare ad una zelante segretaria ascoltatrice accanita di inni del regime, l’esistenza di mille altri generi musicali – tentando ad esempio di spiegarle cosa sia il reggae… con una performance di Get up, Stand up accompagnata dal sorriso tirato e stampato di lei.
La conclusione, terribile nella sua semplicità, è: “Mi sa che la Corea del Nord non è un paese molto reggae“.
Niente da aggiungere.

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One Comment su “Pyongyang”


  1. […] per il suo editore, come succedeva nei suoi precedenti reportage da Shenzen e da Pyongyang, ma molto più semplicemente ci è andato al seguito della moglie che lavora per Medici senza […]


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